Coltivazione del Luppolo parte 2 : la teoria, la botanica, la canapa e il canavese

Posted on Aprile 29th, 2009 in Articoli, HomeBrewing by arzaman

Sperando che le piantine di luppolo messe a dimora resistano a questo impressionante clima monsonico delle ultime settimane qualche nota “teorica” sulla botanica del luppolo sconfinando nella coltivazione della canapa in canavese,,

Partiamo proprio dalla classificazione del luppolo, si tratta infatti di una Cannabinacea parente quindi della Cannabis, per la precisione ci sono due varietà di luppolo: humulus lupulus e humulus japonicus. Il secondo e’ una pianta annuale praticamente privo di resine e pertanto non utilizzato nella produzione della birra ma solo per scopi ornamentali.

Il luppolo è nativo delle zone temperate dell’emisfero nord e cresce tra le latitudini 30 e 50 nord e sud. E’ una pianta estremamente robusta, vigrosa , e con una lunghissima vita che in buone condizioni puo’ arrivare a produrre 0,8Kg di materia prima ogni anno.

L’Humlus Lupulus ha delle radici permanenti che possono svilupparsi a profondità di oltre 3 metri e vivere oltre 25 anni. Durante la primavera dai rizomi spuntano decine di nuovi tralci che hanno la proprietà di arampicarsi su sostegni aerei avvitandosi in senso orario. Le altezze raggiunte possono essere anche straordinarie fino a 9 metri ! Normalmente le piantagioni sorrette da tralicci vengono mantenute a una altezza di 3-3.5 metri.

luppolo

A causa di questa sua straordinaria vigorosità il luppolo necessita di una grande quantità di energia, sia in termini di sole che di acqua, ma anche di sostanze organiche nel terreno.

La pianta produce sia vere radici, che affondano in profondità, ma che non sono utili alla riproduzione, che rizomi, che invece scorrono sotto la superficie del terreno e da cui dipartono i germogli. Per riprodurre una pianta è sufficiente tagliare una parte di rizoma e reimpiantarla.

I tralci crescono sia in senso verticale che orizzontale (dipende dalle varietà) e in estate possono arrivare a svilupparsi anche 30cm al giorno.

Il luppolo e’ una pianta dioica ovvero con infiorescenze maschili e femminili su piante separate. Il luppolo maschile produce una grande quantità di polline ma molte meno resine e quindi non viene usato nella produzione della birra, in alcune piantagioni si utilizza una pianta maschio ogni cento femmine per favorire impollinazione che rende i coni femminili più grandi e ricchi di resine ma che produce anche i semi che riducono a loro volta la parte utilizzabile del cono.

A metà estate ciascun tralcio inizia a produrre grappoli di piccoli fiori e, se c’e’ un maschio nella piantagione, avviene l’impollinazione, ma indipendentemente da ciò si sviluppano i petali che vanno a formare un cono, che matura verso fine agosto – inizio settembre.

Dopo la raccolta tipicamente i tralci possono essere recisi e dare modo ai rizomi di svilupparsi prima dell’inverno.

luppolo coni

 

Il cono è la parte pregiata del luppolo ed e’ formato da corone di 5 petali, alla base ci sono le ghiandole contenenti la luppolina (da non confondersi con il polline), piccoli pallini gialli contenenti resine, alfa acidi, beta acidi, oli essenziali..tutto cioò che serve per dare amaro e/o aroma alla birra.

La resina del luppolo contiene molti differenti acidi e oli, i principali sono:

Alpha Acidi : humulone, adhumulone e cohumulone. L’ adhumulone è presente solo in piccole quantità ed e’ poco importante, gli altri due invece sono responsabili dell’amaro, in particolare il cohumulone produce un’ amarezza piu’ spiccata e ruvida. Gli alpha acidi non sono solubili in acqua e per questo è necessaria la luppolatura a caldo durante la bollitura del mosto e conseguente isomerizzazione. Gli alpha acidi sono anche molto deteriorabili e volatili in funzione del tempo e della temperatura di conservazione del luppolo. Un altro fattore importante da considerare è che a parità di varietà la tipologia di suolo e il clima influenzano notevolmente la produzione degli alpha acidi variando quindi le caratteristiche del luppolo da zona a zona e da annata ad annata.

I beta acidi sono assai differenti e i principali sono: lupulone, colupulone e adlupulone. Sono solo marginalmente amari e diventano amari con l’ossidazione sia durante il periodo di conservazione che durante la bollitura. Essi lavorano in unione con gli alpha acidi accrescendo l’amaro dei luppoli piu’ vecchi. In generale se si usano luppoli freschi non sono considerati critici per la produzione di birra

Infine gli oli essenziali, in particolare myrcene e humulene. La loro percentuale è responsabile del profilo aromatico del luppolo. Il primo anche se è presente in percentuali maggiori è considerato meno nobile. Il secondo garantisce il mantenimento delle caratteristiche aromatiche a dispetto della ossidazione e del tempo.

Qualche cenno infine alle varietà… ci sono centinaia di varietà di luppolo in uso nel pianeta con differenze sia agronomiche che di impiego nella produzione della birra. Molte vecchie varietà tuttavia sono in disuso in quanto l’industria birraria predilige varietà che si possono conservare a lungo per produrre birra durante l’anno. La selezione inoltre predilige varietà resistenti alle malattie e con grande produzione di alpha acidi.

In generale si dividono i luppoli in “amaro” e “aroma” i primi con elevato contenuto di alpha acidi e generalmente non sono usati per aroma. I luppoli invece con elevato contenuto di oli sono usati sia per amaro che per aroma, hanno il difetto di conservarsi meno bene di quelli da amaro.

Esiste poi una categoria di luppoli speciali detti “nobili” che sono Hallertauer, Tettnanger, Czech Saaz e Spalt Spalte cosi’ definiti n quanto hanno la caratteristica di avere un rapporto alpha acidi con beta acidi di 1:1 un’ alta percentuale di humulene e un livello di cohumulone a myrcene basso. Sono essenzialmente luppoli da aroma ma che in molte lager di stile europeo sono usati anche come amaro.

Come avete visto in queste poche note il luppolo è davvero una pianta particolare e mi incuriosice molto l’appartenenza alla famiglia delle cannabinacee al pari della Cannabis Sativa di tipo Nordico, coltivata in Canavese per la produzione della fibra di canapa. Si pensi che agli inizi del Novecento non c’era famiglia che non le dedicasse almeno qualche campo. Molti ancora oggi credono che il nome “Canavese” derivi dalla canapa; gli storici smentiscono questa etimologia, anche se in passato, la credenza popolare era diffusa, alimentata anche dalla presenza di una banderuola in ferro battuto che riproduce una pianticella di canapa e che, dal 1758, svetta sulla torre del municipio di Ivrea. Verso la metà del secolo scorso, la coltivazione della canapa è stata abbandonata sia perché considerata troppo laboriosa rispetto alle tecniche ed ai mezzi allora disponibili sia perché superata dall’arrivo di più economiche fibre artificiali. I motivi dell’abbandono non devono essere ricercati, quindi, nel clima o nella natura morenica dei terreni del Canavese, che mediamente offrono condizioni favorevoli alla canapicoltura.

Originaria dell’area asiatica compresa tra il mar Caspio, l’Himalaja e la Cina, la Cannabis sativa di tipo nordico è coltivata per la produzione di fibra. Se paragonata alla canapa di tipo meridionale (canapa indiana), la Cannabis sativa, oltre ad avere un inferiore contenuto di HTC (tetra-idrocannabinolo) è assai più alta e presenta una ridotta ramificazione. I terreni ideali per la canapa sono profondi, ricchi di sostanza organica e privi di strati impermeabili, in modo tale da facilitare la penetrazione dell’apparato radicale ed evitare il pericolo di ristagni idrici.. Ha un accrescimento molto rapido: il ciclo vegetativo si completa in 3-4 mesi, al termine dei quali alcune varietà possono raggiungere anche i 5-6 metri di altezza, con uno straordinario sviluppo della biomassa.

La rapidità della crescita e la semina piuttosto fitta consentono di ridurre al minimo l’impiego di pesticidi: le piante infestanti, infatti, vengono soffocate sul nascere. La radice molto profonda contribuisce con il tempo a migliorare la struttura del terreno.

La pianta è stata persino utilizzata per disinquinare terreni contaminati dalla presenza di metalli pesanti.

La varietà degli impieghi della canapa è straordinaria: è utilizzata per la fibra, da cui si possono ricavare tessuti grossolani o raffinati, a seconda della varietà coltivata e della lavorazione adottata; può servire per fare cordami, fibre tecniche, cellulosa per carta, pannelli coibentanti, mangimi, oli

polinsaturi per usi farmaceutici, per la cosmesi e per le vernici; i canapuli sono usati come combustibile o per farne pellets o lettiere per animali; si producono persino pasta alimentare e biscotti alla canapa, tisane ecc.

Come vedete le caratteristiche vegetative e di terreno tra Canapa e Luppolo sono molto simili e questo mi fa ben sperare per lo sviluppo delle piantine e chissà che non si trovi davvero il modo di introdurre una coltivazione nuova in Canavese

Nella prossima puntata qualche suggerimento di tecniche di impianto e cultura..

Davide

Vega Sicilia Unico 1987 : una emozione UNICA

Posted on Aprile 24th, 2009 in Articoli, Degustazioni by arzaman

Ieri sera dopo un periodo intenso di impegni per ciascuno di noi abbiamo ripreso la tradizione delle nostre serate di degustazione/cena nella MySobry House (ancora con la stufa a legna accesa!!)….tutti al completo al cospetto di uno dei vini considerati piu’ grandi al mondo : Il Vega Sicilia Unico…un mito, una leggenda, uno di quei vini che senti solo nominare e che solo al pensiero di averlo nel bicchiere ti crea gia’ emozione.

Le aspettative erano quindi elevate e posso dire subito non sono state tradite…ma andiamo con ordine e scopriamo cosa c’e’ dietro a questo vino.

Innanzitutto siamo in Spagna nel nord tra Castiglia e Leon , province di Burgos, Valladolid, Segovia, nella zona denominata Ribera del Duero ,ovvero del fiume d’oro a causa del colore delle sue acque impetuose , fiume che quando varca i confini del Portoglallo per sfociare nell’atlantico a Oporto prende il nome di Douro e da origine ai grandi Porto. Zona caratterizzata da estati ardenti e inverni freddi, con terreni calcareo argillosi e rese bassissime.

l’Unico e’ uno dei tre vini prodotti da una grande Bodega fondata nel 1864, l’imbottigliamento in proprio dei vini inizia però nel 1915, ottenendo fin da subito i primi premi nei concorsi internazionali con le annate 1917 e 1918.  La bodega è passata di proprietà più volte finché nel 1982 è stata rilevata dalla famiglia Alvarez che possiede anche la Bodegas Alquiris nella regione spagnola Toro e la cantina Oremus a Tokaj, in Ungheria.

l’Unico, come i grandi vintage, viene prodotto soltanto nelle migliori annate (normalmente sei o sette volte ogni dieci anni) da uve tinto fino (il nome locale del più importante vitigno spagnolo, il tempranillo) con l’aggiunta di un 20% tra cabernet sauvignon, merlot e malbec, a volte anche del bianco albillo. Quello dell’annata 1987 è stato prodotto con l’80% di tinto fino, il 10% di cabernet sauvignon, il 10% tra merlot e malbec. L’Unico matura per almeno sette anni in tini e botti di rovere francese e americano fatte sul posto nella propria fabbrica di botti. Il tempo di elevazione nei diversi legni dipende però dall’annata e questo 1987 è stato per 2 anni in grandi tini di madera , poi per 16 mesi in barriques nuove, quindi 2 anni in barriques usate, ancora 3 anni in tini di madera di grande capacità e infine è stato affinato in bottiglia. Il vino delle quasi 80.000 bottiglie da 0,75 l è stato messo in commercio nel 2002, la nostra bottiglia era la numero 6051

Un vino a “tiratura” limitata con una lavorazione complessa  e meticolosa il che si riflette nella qualita’ finale del prodotto…un vino che, a detta del produttore, puo’ evolvere oltre i 100 anni !

L’annata del 1987 che ci siamo regalati e’ considerata ottima con inverno freddo e piovoso e una estate tiepida e precipitazioni nella media, qualche problema di piovosita’ nel periodo della vendemmia

Dopo aver decantato con discreto anticipo in un originale decanter a forma di coppa ci siamo messi a tavola con un menu’ appositamente studiato da Maria che ci ha proposto due zuppe una a base di funghi e patate e l’altra a base di fagioli..ottime nel gusto , perfette nell’abbinamento.

Versato il vino in un bicchiere perfetto per l’importanza del vino lo abbiamo centellinato per tutta la serata senza farci prendere dalla smania di fare una analisi chirurgica e didattica ma godendoci l’impatto che un tale mostro ha sui sensi, godendoci l’abbinamento , godendoci le chicchere conviviali.

Il mio personale ricordo di questo vino si concentra su alcuni elementi: l’intensita’ olfattiva..davvero una bomba che ti investe e dove nulla pero’ prevarica …il frutto ben delineato nel range dei frutti di bosco, ribes, mora…la speziatura (tabacco, vaniglia) e i terziari che sono venuti fuori con il tempo e perfetti con la zuppa a base di funghi…la mineralita’ ..l’etericita quasi balsamica..il tutto perfettamente amalgamato. L’altro aspetto caratterizzante e’ l’incredibile freschezza per un vino di cosi’ lungo affinamento: una piacevolissima acidita’ ben controbilanciata dalle morbidezze, tannino potente ma non ivasivo. Persistenza notevole in linea con il profilo del vino.

Alla fine si ha la sensazione di aver bevuto un grande vino ma fatto “all’antica” senza le eccessive estremizzazioni di alcuni vini superlavorati magari di grande impatto ma che alla fine sanno meno di vino !

In definitiva un vino per pochi che non so se vale la cifra esorbitante pagata ma se condiviso come abbiamo fatto noi vale la pena di provare

Davide

Muffe e Muffati: quando i vini sposano i formaggi

Posted on Aprile 20th, 2009 in Articoli, Degustazioni by elena

Venerdì 17 aprile all’ Hotel Erbaluce di Caluso la nostra delegazione AIS del Canavese ha organizzato una degustazione con un abbinamento studiato meticolosamente: vini muffati con formaggi muffati.

Affiancato a Domenico, oratore d’eccellenza sulla Botritis, c’era Roberto Borgiattino, noto e meticoloso caseario di Torino, il quale ha studiato, con il valido aiuto di Maria, degli ottimi abbinamenti tra vini attaccati dalle muffe nobili e formaggi cosiddetti erborinati, anche loro attaccati dalla loro muffa nobile.

Vini molto particolari e persistenti che devono tener banco a formaggi che vanno ben oltre la persistenza, sono eterni in bocca!

Purtroppo essendo impegnata nel servizio non sono riuscita a seguire molto la parte introduttiva di Roberto, sui formaggi, che mi sarebbe piaciuta approfondire perché a me sconosciuta, vi racconto quindi quali sono stati i vini e i formaggi e gli abbinamenti proposti.

1) Muffato della Sala – Antinori 2006 abbinato ad un Blu di Pecora:

doveva essere un semplice formaggio per iniziare, ma ha sovrastato il vino sulla persistenza

2) Botrys Mastrojanni 1998 abbinato ad un Blu di Capra: vino più acolico del precedente ma con un a struttura ed un corpo meno evidenti, molto fruttato e aromatico perché prodotto con uve aromatiche e semi( moscato, malvasia di candia,sauvignon); sembrava più un vino passito che un botritizzato. Un buon abbinamento col formaggio che però aveva sempre la meglio e rimaneva imperterrito in bocca.

3) Trockenbeerenauslese Welchriesling – Kracher 2004 abbinato al Gorgonzola. Un vino con un elevato residuo zuccherino, effettua un passaggio di 22 mesi in barrique nuove. Vino strutturato, di buon corpo ed una buona persistenza, direi un’ottima acidità per sopperire alla grassezza del formaggio. Un abbinamento che tra tutti è riuscito al meglio, anche perché la Gurgu per me è uno dei formaggi migliori in commercio, quindi sono un pò di parte

4) Riesling Grain Nobles – Hughel 1995 abbinato allo Stilton.: vino più etereo, molto fresco e buono il suo abbinamento col formaggio burroso e grasso.. ma abbiamo tutti preferito la sua accoppiata con il classico e italiano gorgonzola.

5) Tokaji Oremus 5 Puttonions 2000 abbinato al Roquefort: un vino che a me non esalta molto perché fin troppo dolce, perde in freschezza e non era così persistente come gli altri. Il formaggio, che come persistenza invece non scherzava proprio, direi che lo ha sovrastato.

6) Chateau de fargues – Sauternes 1990 abbinata ad una Toma vaccina Cuneese: un tipico vino botritizzato, non persistente come gli altri Sauternes conosciuti nel viaggio in Francia ma si accompagnava bene alla toma.

In aggiunta, se il colesterolo non era abbastanza alto, c’era il posto ancora per un buon Pecorino di Fossa, più consistente e duro degli altri formaggi e con una buona mineralità e persistenza.

Grazie a Roberto per la passione messa nel raccontarci formaggi, metodi di lavorazione, aneddoti, curiosità e per la sua bravura a creare delle squisitezze che si sciolgono al palato; per fortuna sono avanzati dei pezzetti che mi ha donato e che sto centellinando ogni sera, come fossero oro.

Elena

Annata 2009: Partita la stagione in vigna

Posted on Aprile 18th, 2009 in Articoli, Corso di 1° Livello, In Vigna by domenico

Carissimi,

l’annata 2009 è partita.

Abbiamo terminato la potatura dei nuovi impianti alla fine del mese di marzo per evitare che gelate tardive potessero creare problemi alle giovani viti. Negli impianti più vecchi invece la potatura invernale e la legatura erano terminate da tempo.

Essendo stato il 2008 funestato da attacchi fungini, in particolare peronospora e oidio, abbiamo effettuato un trattamento preventivo antiperonosporico a base di rame, a dosaggio elevato, non sulla vite, bensì sul terreno e sui sarmenti prima della loro trinciatura. Le oospore del fungo, portate a terra dalle foglie cadute dalla vite, hanno svernato sul terreno e da lì potrebbero innescare i futuri attacchi a foglie e grappoli. Con l’irroratrice si è perciò distribuito il rame sull’erba dei filari in prossimità della vite e sui sarmenti della potatura, prima dello sfalcio e della trinciatura.

In autunno il piano di concimazione aveva previsto la distribuzione di letame vaccino maturo alternato nei filari con la semina di un miscuglio di avena e veccia. Lo scopo era quello di effettuare una concimazione leggera , che nutrisse e fertilizzasse il terreno in modo naturale e lo integrasse delle sostanze asportate dalla vite durante l’anno precedente. Il prossimo autunno la concimazione verrà scambiata tra i filari ed il letame sarà distribuito dove quest’anno è stata seminata l’avena.

Il germogliamento della vite si è avviato dai primi di aprile nei vigneti meglio esposti e sta iniziando ora in quelli più freddi ovvero nell’ordine è avvenuto prima a Parella, poi a Piverone e infine a Loranzè Alto. Nei giorni scorsi abbiamo effettuato il primo trattamento di zolfo in polvere sui nuovi germogli per proteggerli dagli attacchi di oidio, ma ha avuto anche l’effetto di combattere preventivamente il fungo che aveva svernato sui tralci. L’oidio infatti tende sempre a rinfocolarsi dalle stesse piante che erano state infettate l’anno precedente,  perchè sopravvive appiccicandosi alla corteccia dei tralci.

Sono poi state posizionate delle piccole fascine di tralci essicati quale esca per i bostrichidi. I bostrichidi sono dei coleotteri che durante la stagione estiva (soprattutto ad agosto) scavano gallerie all’interno del legno (del quale si nutre) dei tralci della vite, indebolendoli e compromettendo i futuri capifrutto. I bostrichidi sono attirati dal legno vecchio delle fascine nel quale amano svernare. In estate le fascine saranno poi rimosse e bruciate e la minaccia dei bostrichidi allontanata.

Abbiamo poi effettuato la prima pulizia sulla fila mediante una coltivatrice interceppi che oltre a rimuovere l’erba al piede della vite consente altresì di arieggiare il terreno.

Nei prossimi giorni provvederemo a rimpiazzare le fallanze, andando a mettere a dimora  delle nuove barbatelle in sostituzione delle viti morte e di quelle con problemi di affrancamento.

Il 2009 si è manifestato fino ad oggi freddo e umido riservandoci, questa mattina, anche la sorpresa della grandine sui vigneti di Loranzè. Non ricordo una grandinata così precoce. I danni si vedranno nei prossimi giorni. A prima vista sembrano limitati, ma il rischio è altissimo perchè avrebbe potuto distruggere le gemme in fasce di germogliamento.

A partire dal 1° Aprile, per giungere ad una vendemmia ottimale,  avremo bisogno di accumulare durante la stagione indicativamente 1000 gradi di calore, 700 millimetri di pioggia e 1300-1500 ore di insolazione.

Ciao

Domenico

Coltivazione del Luppolo parte 1 : l’idea..

Posted on Aprile 15th, 2009 in Articoli, Birra, HomeBrewing by arzaman

Tutti gli appassionati, smanettoni, sperimentatori del fai da te una volta che hanno realizzato una cosa sono sempre alla ricerca di qualche cosa d’altro..replicare piu’ volte un processo gia’ sperimentato non da infatti soddisfazione. Io non faccio eccezione alla regola e da homebrewer cerco di trovare qualcosa di nuovo per divertirmi che non sia solo una nuova ricetta..un nuovo aggiornamento tecnolgco della attrezzatura o come nella avventura in cui mi sto per imbarcare la coltivazione del LUPPOLO materia prima fondamentale per la produzione della birra.

L’idea mi e’ venuta leggendo qualche post di altri appassionati che davano indicazioni di dove reperire le piantine e suggerimenti per la coltivazione e la cosa mi ha subita preso.. Il luppolo e’ fortemente caratterizzane il prodotto finale e ricordo la birra vincitrice del concorso di Lurago Marinone del 2008 che era stata realizzata con Luppolo fresco autocoltivato..per cui dare un tocco originale , unico e personale alla produzione e’ davvero affascinante.

In una serie di post a puntate ho quindi intenzione di condividervi questa esperienza..dall’idea fino alla raccolta (speriamo) del prossimo autunno e ovviamente al prodotto finale

Il primo passo e’ stato quello della raccolta di informazioni…approccio scientifico ovviamente…sulle prorpieta’ del luppolo e del suo utilizzo nella tecnica di birrificazione ero ferrato e non mi dilungo…la cosa da capire era come coltivarlo..la botanica, la tecnica di coltivazione , essiccazione etc.. Ho reperito su internet molte info in particolare una monografia in inglese Hops manual che consiglio per la completezza. Ho quindi acquistato un numero speciale della rivista BYO (brew your hown ) dedicata al luppolo compresa la tecnica di coltivazione.

BYO Hop Lover's Guide

Dopodiche’ non disponendo di un terreno ho coinvolto Domenico, che si e’ ovviamente dimostrato entusiasta della cosa consentendomi di utilizzare la vigna di Piverone, e Andrea anche lui entusiasta di sperimentare qualcosa di nuovo…detto fatto già stavamo pensando a realizzare una piantagione in grande stile pensando anche al fatto che il CANAVESE ha un ottimo rapporto con le cannabinacee a cui il luppolo appartiene..ma di questo vi racconto in un altro post

Trovato il posto dove mettere a dimora le piantine e il supporto operativo il passo successivo è stata l’individuazione dei fornitori e mi sono orientato su un fornitore tedesco e uno inglese.


http://www.aplus-hops.co.uk/
http://www.eickelmann.de/Store/

Contattati si sono rivelati molto disponibili e l’acquisto e’ stato semplice e rapido. Pagamento con carta di credito e spedizione in pochi giorni.

Il fornitore tedesco mi ha mandato le piantine in vasetto, quello inglese i rizomi in una busta. Tutto e’ arrivato in ottimo stato come testimoniano le foto e mi sono quindi messo d’accordo con Andrea per un sopralluogo in vigna per defnire dove e come realizzare la piantagione.

Le varietà che ho acquistato sono Hallertauer sia aroma che amaro, Tettnanger, una varieta’ di Goldings, Fuggle e Challanger

Nel prossimo Post un po di elementi di botanica del Luppolo

Grazie

Davide

Nasce la prima “scuola” di potatura d’Italia.

Posted on Aprile 6th, 2009 in Articoli by domenico

Questa è una bella notizia. Perchè va nella direzione di un maggior rispetto della vite, va ad aumentarne la longevità e come sapete dalle viti vecchie si ottiene un’uva più pregiata e di conseguenza vini più eleganti. E’ interessante vedere che col buon senso e l’osservazione si recuperino tecniche del passato riportandole nuovamente in auge, ma con un substrato culturale e di sperimentazione molto più evoluto, ma soprattutto teconologicamente avanzato. Il giusto connubbio per tendere ad un costante miglioramento qualitativo perchè non bisogna dimenticare che: ………. il vino si fa in Vigna.

Marco Simonit e Pierpaolo Sirch sono due agronomi “preparatori d’uva”: hanno recuperato un antico sistema di potature, che previene le malattie del legno e allunga il ciclo di vita della vite, applicandolo alla viticoltura moderna. L’approccio è individuale, fatto di interventi mirati pianta per pianta, con potature sul legno giovane e con il risultato di rendere produttivo un vigneto per almeno 50 anni. Le cause delle devastanti infezioni delle viti, come il mal d’esca e l’eutipiosi, sono da ricercare infatti nelle potature errate, indotte dal fenomeno della meccanizzazione agricola. Dopo una sperimentazione durata 20 anni, dal 2005 i due agronomi friulani hanno cominciato a divulgare il metodo della potatura “soffice” in importanti aziende vitivinicole nazionali. Gaja a Barbaresco, Ferrari in Trentino, Bellavista in Franciacorta, sono alcuni dei grandi nomi del vino italiano ad aver introdotto il loro sistema di gestione dei vigneti.

Il progetto di Simonit e Sirch di restituire longevità alla vite adesso fa un ulteriore passo avanti con la nascita della prima Scuola di potatura d’Italia: un corso per viticoltori che è stato inaugurato a febbraio a Castelnuovo Berardenga (Siena), nel Centro Studi Enzo Morganti, e a Pollenzo presso l’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche. L’obiettivo è di recuperare l’antico mestiere del potatore, che come un chirurgo decide il destino della vite con interventi il più possibile rispettosi della salute della pianta.

Dalle sperimentazioni dei due agronomi friulani, condotte a partire dal 1988, è emerso infatti che il segreto della longevità della vite dipende in particolare da una potatura corretta, che non provochi ferite sulle porzioni vitali della pianta. Il sistema di coltivazione ad alberello, ad esempio, tipico dell’area mediterranea è particolarmente longevo grazie a potature sul legno giovane, fino ai 2 anni di età. “Con il taglio sui rami giovani la pianta si cicatrizza bene, resistendo meglio alle malattie e conservando la salute della vite – precisa Marco Simonit - Al contrario il taglio sul legno vecchio, dai 3 anni di vita in su, lascia una piaga che compromette la vascolarizzazione della pianta favorendo inoltre un più probabile ingresso dei funghi responsabili delle malattie del legno. La maggiore difficoltà delle nostre ricerche è stata quella di trasferire le vecchie tecniche di taglio nella moderna viticoltura, rappresentata in particolare dai più intensivi sistemi di coltivazione a spalliera, come il guyot e il cordone speronato”.

La scuola di potatura. Il primo corso si è tenuto a Castelnuovo Berardenga dal 3 al 5 febbraio, il secondo subito dopo a Pollenzo, dal 19 al 21. Il corso è articolato in due fasi: 20 ore in inverno, che iniziano con la parte teorica tenuta dal professor Attilio Scienza e da Marco Simonit, per proseguire con la parte pratica in vigna per gli interventi sul legno in fase di potatura. Altre 8 ore in primavera, per la gestione del verde.

Ciao a tutti

Domenico

Al via Degustando Navigando: degustazione di Porto in barca a vela !

Posted on Aprile 2nd, 2009 in Articoli, Eventi by arzaman

E’ un po’ che ci stavo lavorando con il mio amico e skipper Maurizio e finalmente ci siamo parte la prima iniziativa sotto il nome Degustando Navigando.

Unendo la mia passione per il vino, quella di Maurizio per il mare e la professionalità di Liguria Sailing , società di charter di barche a vela con base in Liguria ,abbiamo pensato di lanciare una nuova formula per godere di mare, natura e buon bere : una crociera velica con navigazione e scuola nel golfo della Spezia unita a una degustazione di grandi vini nella stupenda cornice della barca.

Per il lancio della iniziativa ho scelto un tema di sicuro effetto : il vino Porto…giocando un po’ sulla ambivalenza della parola porto in ambito di mare e vino ho pensato di proporre questo vino di eccellenza…un vino dai cento stili diversi…con una storia ..un disciplinare…un territorio..una tecnica produttiva…assolutamente unica.

Un vino che si presta dall’aperitivo, all’abbinamento di grandi piatti, ma anche e soprattutto da meditazione ! E quale miglior posto per meditare se non il pozzetto della barca magari con tramonto su Portovenere.

Tutti i dettagli sulla crociera e l’evento nella locandina allegata, riepilogo solo i vini in degustazione che ho selezionato

  • Six Grapes Graham’s (Ruby)
  • 20 Years Old Tawny Warre’s
  • Late Bottled Vintage Ramos Pinto (2003)
  • Vintage Dow’s (1985)

Tenteremo anche qualche abbinamento con formaggi appositamente selezionati

Insomma una formula inconsueta che unisce due aspetti affascinanti e complementari come godere della navigazione a vela e emozionarsi di fronte a un grande vino

Vi aspettiamo numerosi..posti limitatissimi…e speriamo sia solo l’inizio di una serie di eventi di Degustando Navigando

Davide