Coltivazione del Luppolo parte 2 : la teoria, la botanica, la canapa e il canavese
Sperando che le piantine di luppolo messe a dimora resistano a questo impressionante clima monsonico delle ultime settimane qualche nota “teorica” sulla botanica del luppolo sconfinando nella coltivazione della canapa in canavese,,
Partiamo proprio dalla classificazione del luppolo, si tratta infatti di una Cannabinacea parente quindi della Cannabis, per la precisione ci sono due varietà di luppolo: humulus lupulus e humulus japonicus. Il secondo e’ una pianta annuale praticamente privo di resine e pertanto non utilizzato nella produzione della birra ma solo per scopi ornamentali.
Il luppolo è nativo delle zone temperate dell’emisfero nord e cresce tra le latitudini 30 e 50 nord e sud. E’ una pianta estremamente robusta, vigrosa , e con una lunghissima vita che in buone condizioni puo’ arrivare a produrre 0,8Kg di materia prima ogni anno.
L’Humlus Lupulus ha delle radici permanenti che possono svilupparsi a profondità di oltre 3 metri e vivere oltre 25 anni. Durante la primavera dai rizomi spuntano decine di nuovi tralci che hanno la proprietà di arampicarsi su sostegni aerei avvitandosi in senso orario. Le altezze raggiunte possono essere anche straordinarie fino a 9 metri ! Normalmente le piantagioni sorrette da tralicci vengono mantenute a una altezza di 3-3.5 metri.

A causa di questa sua straordinaria vigorosità il luppolo necessita di una grande quantità di energia, sia in termini di sole che di acqua, ma anche di sostanze organiche nel terreno.
La pianta produce sia vere radici, che affondano in profondità, ma che non sono utili alla riproduzione, che rizomi, che invece scorrono sotto la superficie del terreno e da cui dipartono i germogli. Per riprodurre una pianta è sufficiente tagliare una parte di rizoma e reimpiantarla.
I tralci crescono sia in senso verticale che orizzontale (dipende dalle varietà) e in estate possono arrivare a svilupparsi anche 30cm al giorno.
Il luppolo e’ una pianta dioica ovvero con infiorescenze maschili e femminili su piante separate. Il luppolo maschile produce una grande quantità di polline ma molte meno resine e quindi non viene usato nella produzione della birra, in alcune piantagioni si utilizza una pianta maschio ogni cento femmine per favorire impollinazione che rende i coni femminili più grandi e ricchi di resine ma che produce anche i semi che riducono a loro volta la parte utilizzabile del cono.
A metà estate ciascun tralcio inizia a produrre grappoli di piccoli fiori e, se c’e’ un maschio nella piantagione, avviene l’impollinazione, ma indipendentemente da ciò si sviluppano i petali che vanno a formare un cono, che matura verso fine agosto – inizio settembre.
Dopo la raccolta tipicamente i tralci possono essere recisi e dare modo ai rizomi di svilupparsi prima dell’inverno.

Il cono è la parte pregiata del luppolo ed e’ formato da corone di 5 petali, alla base ci sono le ghiandole contenenti la luppolina (da non confondersi con il polline), piccoli pallini gialli contenenti resine, alfa acidi, beta acidi, oli essenziali..tutto cioò che serve per dare amaro e/o aroma alla birra.
La resina del luppolo contiene molti differenti acidi e oli, i principali sono:
Alpha Acidi : humulone, adhumulone e cohumulone. L’ adhumulone è presente solo in piccole quantità ed e’ poco importante, gli altri due invece sono responsabili dell’amaro, in particolare il cohumulone produce un’ amarezza piu’ spiccata e ruvida. Gli alpha acidi non sono solubili in acqua e per questo è necessaria la luppolatura a caldo durante la bollitura del mosto e conseguente isomerizzazione. Gli alpha acidi sono anche molto deteriorabili e volatili in funzione del tempo e della temperatura di conservazione del luppolo. Un altro fattore importante da considerare è che a parità di varietà la tipologia di suolo e il clima influenzano notevolmente la produzione degli alpha acidi variando quindi le caratteristiche del luppolo da zona a zona e da annata ad annata.
I beta acidi sono assai differenti e i principali sono: lupulone, colupulone e adlupulone. Sono solo marginalmente amari e diventano amari con l’ossidazione sia durante il periodo di conservazione che durante la bollitura. Essi lavorano in unione con gli alpha acidi accrescendo l’amaro dei luppoli piu’ vecchi. In generale se si usano luppoli freschi non sono considerati critici per la produzione di birra
Infine gli oli essenziali, in particolare myrcene e humulene. La loro percentuale è responsabile del profilo aromatico del luppolo. Il primo anche se è presente in percentuali maggiori è considerato meno nobile. Il secondo garantisce il mantenimento delle caratteristiche aromatiche a dispetto della ossidazione e del tempo.
Qualche cenno infine alle varietà… ci sono centinaia di varietà di luppolo in uso nel pianeta con differenze sia agronomiche che di impiego nella produzione della birra. Molte vecchie varietà tuttavia sono in disuso in quanto l’industria birraria predilige varietà che si possono conservare a lungo per produrre birra durante l’anno. La selezione inoltre predilige varietà resistenti alle malattie e con grande produzione di alpha acidi.
In generale si dividono i luppoli in “amaro” e “aroma” i primi con elevato contenuto di alpha acidi e generalmente non sono usati per aroma. I luppoli invece con elevato contenuto di oli sono usati sia per amaro che per aroma, hanno il difetto di conservarsi meno bene di quelli da amaro.
Esiste poi una categoria di luppoli speciali detti “nobili” che sono Hallertauer, Tettnanger, Czech Saaz e Spalt Spalte cosi’ definiti n quanto hanno la caratteristica di avere un rapporto alpha acidi con beta acidi di 1:1 un’ alta percentuale di humulene e un livello di cohumulone a myrcene basso. Sono essenzialmente luppoli da aroma ma che in molte lager di stile europeo sono usati anche come amaro.
Come avete visto in queste poche note il luppolo è davvero una pianta particolare e mi incuriosice molto l’appartenenza alla famiglia delle cannabinacee al pari della Cannabis Sativa di tipo Nordico, coltivata in Canavese per la produzione della fibra di canapa. Si pensi che agli inizi del Novecento non c’era famiglia che non le dedicasse almeno qualche campo. Molti ancora oggi credono che il nome “Canavese” derivi dalla canapa; gli storici smentiscono questa etimologia, anche se in passato, la credenza popolare era diffusa, alimentata anche dalla presenza di una banderuola in ferro battuto che riproduce una pianticella di canapa e che, dal 1758, svetta sulla torre del municipio di Ivrea. Verso la metà del secolo scorso, la coltivazione della canapa è stata abbandonata sia perché considerata troppo laboriosa rispetto alle tecniche ed ai mezzi allora disponibili sia perché superata dall’arrivo di più economiche fibre artificiali. I motivi dell’abbandono non devono essere ricercati, quindi, nel clima o nella natura morenica dei terreni del Canavese, che mediamente offrono condizioni favorevoli alla canapicoltura.

Originaria dell’area asiatica compresa tra il mar Caspio, l’Himalaja e la Cina, la Cannabis sativa di tipo nordico è coltivata per la produzione di fibra. Se paragonata alla canapa di tipo meridionale (canapa indiana), la Cannabis sativa, oltre ad avere un inferiore contenuto di HTC (tetra-idrocannabinolo) è assai più alta e presenta una ridotta ramificazione. I terreni ideali per la canapa sono profondi, ricchi di sostanza organica e privi di strati impermeabili, in modo tale da facilitare la penetrazione dell’apparato radicale ed evitare il pericolo di ristagni idrici.. Ha un accrescimento molto rapido: il ciclo vegetativo si completa in 3-4 mesi, al termine dei quali alcune varietà possono raggiungere anche i 5-6 metri di altezza, con uno straordinario sviluppo della biomassa.
La rapidità della crescita e la semina piuttosto fitta consentono di ridurre al minimo l’impiego di pesticidi: le piante infestanti, infatti, vengono soffocate sul nascere. La radice molto profonda contribuisce con il tempo a migliorare la struttura del terreno.
La pianta è stata persino utilizzata per disinquinare terreni contaminati dalla presenza di metalli pesanti.
La varietà degli impieghi della canapa è straordinaria: è utilizzata per la fibra, da cui si possono ricavare tessuti grossolani o raffinati, a seconda della varietà coltivata e della lavorazione adottata; può servire per fare cordami, fibre tecniche, cellulosa per carta, pannelli coibentanti, mangimi, oli
polinsaturi per usi farmaceutici, per la cosmesi e per le vernici; i canapuli sono usati come combustibile o per farne pellets o lettiere per animali; si producono persino pasta alimentare e biscotti alla canapa, tisane ecc.
Come vedete le caratteristiche vegetative e di terreno tra Canapa e Luppolo sono molto simili e questo mi fa ben sperare per lo sviluppo delle piantine e chissà che non si trovi davvero il modo di introdurre una coltivazione nuova in Canavese
Nella prossima puntata qualche suggerimento di tecniche di impianto e cultura..
Davide



















