Posted on Dicembre 14th, 2011 in Articoli by domenico
Finalmente l’Erbaluce e’ sotto i riflettori. La Rai dedica un approfondimento al nostro vitigno simbolo. E’ un servizio molto accurato andato in onda sabato 3 dicembre. Testimonianze dei migliori produttori canavesani (Orsolani, Ferrando, Favaro ) e un mio piccolo contributo storico sulle origini del territorio e dell’Erbaluce. Guardatelo….. http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-e9e33b91-2279-478c-93c9-94435098e129.html
Posted on Ottobre 13th, 2011 in Articoli by domenico
Sabato 8 e Domenica 9 ottobre e’ stato ospite in Canavese un nutrito gruppo di Blogger per fare conoscenza diretta con l’Erbaluce e si suoi produttori. Ecco i primi loro post:
Posted on Ottobre 6th, 2011 in Articoli by domenico
L’ Erbaluce di Caluso racconta la sua storia e fa scoprire alcuni dei luoghi più belli del Canavese
21 - 23 ottobre, Ivrea Caravino. U
n week end a pochi chilometri da Torino per scoprire una città ricca di fascino e storia, Ivrea; una delle proprietà più celebri del FAI - Fondo Ambiente Italiano, il Castello di Masino a Caravino; un vino unico, l’Erbaluce di Caluso. Proprio quest’ultimo sarà il trait d’union e il protagonista indiscusso di Erbaluce: la Favola di un Vino, evento organizzato dal Consorzio per la Tutela e Valorizzazione del Caluso, Carema e Canavese. La manifestazione offrirà l’opportunità di degustare ed incontrare le 27 aziende consorziate produttrici dell’ Erbaluce di Caluso. Sarà anche un modo per scoprire un territorio connotato dallo spettacolare paesaggio dall’anfiteatro morenico della Serra d’Ivrea, che caratterizza la geografia del Canavese.
Erbaluce, la Favola di un Vino offrirà per la prima volta ad esperti, giornalisti, operatori del settore e appassionati, la possibilità di conoscere i produttori dell Erbaluce di Caluso e degustare il vino in tutte le sue interpretazioni: fermo, Spumante e Passito. E poiché l Erbaluce è espressione della cultura di questo territorio, levento farà scoprire ed apprezzare loriginalità della coltura a pergola, unica sul territorio piemontese ed altri aspetti della magia del Canavese. Anzitutto la città di Ivrea che ospiterà, nella giornata di sabato presso la chiesa di San Bernardino di proprietà della famiglia Olivetti, la degustazione riservata a stampa ed operatori. Ivrea, patria della storica ditta, è ancora oggi custode di alcuni dei più interessanti esempi di architettura industriale legati a questo affascinante passato, opere che meritano di essere conosciute per il loro valore storico e sociologico. Domenica 23 ottobre, invece, sarà la volta del Castello di Masino, antica residenza dei Conti Valperga, discendenti di re Arduino. Nella splendida ambientazione delle Scuderie del Palazzo delle Carrozze, adiacente al Castello, l’Erbaluce di Caluso incontrerà gli appassionati di tutta Italia. A rendere ancor più interessante l’evento sarà la presenza di una regione enologica ospite: il Maconnais, area del sud della Borgogna, terra conosciuta e apprezzata in tutto il mondo per i suoi vini bianchi nobili e di grande fascino. La partecipazione allevento al Palazzo delle Carrozze potrà inoltre essere arricchita con la visita alla famosa mostra-mercato di florovivaismo Due giorni per lautunno, organizzata dal FAI e dallAccademia Piemontese del Giardino e ospitata nel vicino Parco del Castello di Masino (per info, orari e prezzi: www.fondoambiente.it).
LErbaluce di Caluso
L’ Erbaluce, uno dei sette vitigni italiani il cui nome è indissolubilmente legato al territorio, si produce solo nel Canavese. Vino bianco sorprendente e profondo, capace di raggiungere notevole complessità, è stato tra i primi vini italiani a ottenere la doc nel 1967. Il suo nome, ricco di fascino, si deve alla favola di Albaluce. La leggenda racconta che un tempo queste colline erano popolate da ninfe e dei venerati dagli uomini. L’Alba e il Sole, innamorati ma destinati a non incontrarsi mai, erano tra questi. Dal loro amore, grazie ad uneclissi e all’intercessione della Luna, nacque la ninfa Albaluce la cui bellezza e grazia spinse l’uomo ad offrire ogni sorta di dono e omaggio. Privatosi di ogni sostentamento l’uomo ricercò nuove terre fertili deviando il corso del lago che però travolse ogni cosa seminando morte. Il dolore fu tale che dalle lacrime di Albaluce stillate in terra nacquero tralci di vite dai dolci frutti, un uva bianca dal nome Erbaluce.
Organizzazione: Artevino www.artevino.it
Ufficio Stampa: Gheusis www.gheusis.com
Posted on Settembre 16th, 2010 in Articoli by arzaman
Riporto l’articolo della Sentinella del 8 settembre, sottoscrivo ogni parola dell’articolo e conoscendo il posto e l’uomo nonposso che essere felice di far parte degli “eletti” che possono godere della bellezza,ordine e poesia di questa vigna del sogno e ancora di piu’ della amicizia, passione e visione di Domenico.
Ha la perfezione del sogno, la vigna del Belvedere, e tale dimensione d’eccezione è riuscito a tradurre in realtà Domenico Tappero Merlo , il proprietario. Sarebbe piaciuto a Mario Soldati, Tappero Merlo, conferma vivente che “il vino, specialmente in Italia, è la poesia della terra”, e ne avrebbe scritto, così come sessant’anni fa fece per “Il vino di Carema”. Avrebbe scritto di lui, della sua vigna antica, del suo vino del cuore, l’Erbaluce, e l’avrebbe fatto senza alcuna vena malinconica chè l’Erbaluce del Belvedere è già proiettato nel futuro, risplendente del suo colore perlaceo e dell’amore che traduce intatto nel gusto l’amore che riceve nelle cure quotidiane. A dispetto del tradizionale pessimismo canavesano. Uomo, ancor prima che imprenditore, di successo, Tappero Merlo, è uno che sa scegliere, con coraggio e una sfumatura di spensieratezza ancor più che di incoscienza. Lo fa meno di una decina d’anni orsono, scegliendo un altro percorso rispetto a quello di successo che insieme ad amici l’aveva condotto giovanissimo a creare una delle più importanti società italiane nel settore del software. C’è dinamismo, voglia di fare e di crescere in azienda. Ma non è tutto. E, in fondo al cuore, c’è qualcosa di indefinito che chiama. Non è facile capire di che cosa si tratta, ma Tappero Merlo sa ascoltare e ascoltarsi. Così si allontana dal mondo della tecnologia per entrare definitivamente in quello della viticoltura e ritrovare la cura dei vigneti del nonno e, in un certo senso, il lato pimigliore, quello più libero, di se stesso. Accarezza con lo sguardo i filari, mentre racconta da dove viene: «La mia famiglia è di origine contadina. Mio padre è mancato quando ero giovane e il nonno, mentre mi scacciava dalle vigne, non sapeva che, al contrario, mi stava attirando verso tale mondo». Un mondo che giustifica il colpo di fulmine che coglie immediato tutti i visitatori: un belvedere che giustifica appieno il nome della vigna, affacciato sul Castello Rosso, di cui un tempo era possedimento, e sull’anfiteatro morenico di Ivrea. I filari sono rigogliosi di grappoli bellissimi e si affiancano l’uno all’altro, snelli ed eretti, su un tappeto di erba che pare pettinata ed è solo tagliata. A capo di ogni fila, una pianta di rose, fiorita. Tutto è bellezza, ordine, poesia. Sono versi che Tappero e i suoi collaboratori, primo fra tutti Andrea Cavallera , scrivono ogni giorno con fatica e passione, entrambe intense, mai disgiunte una dall’altra. «La qualità elevata di un vino parte dall’attenzione alle attività in vigna», afferma convinto. Dai conti Francesetti alla famiglia di Giuseppe Giacosa e da questa al nonno di Tappero Merlo, la vigna del Belvedere, è tornata nel volgere di pochi anni agli antichi splendori. «Mio nonno possedeva anche altri vigneti e altri ancora ne ho aggiunti io, acquistandoli. Perchè la produzione fatta in metodi qualitativi richiede più spazio per produrre molto meno - sottolinea -. Quest’uva per me è passione, è ossigeno, è vita. Il vino è per il vignaiolo un pò come il quadro per il pittore: attraverso i colori di una tela un pittore esprime la sua interiorità e il vino è la tela di un vignaiolo, fatto di sfumature che ti rivelano il suo animo». «Ogni pianta - aggiunge - ha qualcosa da dire. Credo, come sosteneva un importante produttore locale, che “la qualità termini dove in una vigna il proprietario non riesce a vedere più l’ultima vite e in cantina non riesce più a distinguere l’ultima bottiglia”». Tappero Merlo, tra l’altro sommelier e relatore ufficiale dell’Associazione Italiana Sommeliers, racconta il suo vino che rifugge i metodi e i tempi della produzione industriale addomesticata al gusto. Il suo è un vino “di sartoria”, artigianale, dove il numero di bottiglie non è elevatissimo, «dove ogni vite ti dice come sta e il terreno trasmette in sapore la sua origine». «Il terreno che calpestiamo è praticamento uno “sfratto” ai valdostani, risultato dell’erosione di un ghiacciaio» illustra con convinzione. E questa terra così povera ha la capacità di dar una finezza, in termini di profumo, ai vini che produce, soprattutto se si ha pazienza di aspettare che ne esca la mineralità e si abbia, palpabile, la sensazione di bere qualcosa che venga spillato direttamente dalla montagna. Un vino che è praticamente una fede e Tappero Merlo, al suo Erbaluce ha dedicato un vero e proprio tempio, collocato in un piccolo edificio a picco sul verde del vallone lorenzese, secoli fa utilizzato per ospitarvi in quarantena viandanti e cavalieri diretti al castello. Lì Tappero Merlo, riceve gli eletti, quegli amici ai quali rivela il suo animo che si traduce in questi locali da lui fatti restaurare e decorare da un’illustratrice inglese che ha riprodotto sulle pareti, all’interno, la leggenda della ninfa Albaluce, figlia del Sole e della Luna, dalle cui lacrime cadute sul terreno si sarebbero alzati lunghi tralci, ricchi di grappoli dorati di uva bianca. Un’uva che il proprietario del Belvedere sublima in una filosofia di vita ancor prima che in un vino davvero da leggenda. - Franco Farnè
Posted on Maggio 27th, 2010 in Articoli by arzaman
Nelle mie serate e lezioni sui distillati spesso mi sono sentito rivolgere la domanda relativa all’abbinamento dei sigari con i grandi distillati, da non fumatore ho sempre avuto difficoltà a rispondere al perche’ di questa tradizione consolidata.
Ieri sera 27 maggio mi sono levato lo sfizio di provare questa emozione partecipando a una serata “enofumosa” organizzata da Eataly di Torino. Il tema era proprio l’abbinamento del sigaro (toscano) con pregiati distillati.
Location e temperatura perfetta sulla terrazza di Eatly la serata e’ iniziata all’insegna del “Maledetto Toscano” al secolo Stefano Fanticelli presidente del omonimo club del sigaro toscano….toscano di origine,nell’accento, nella verve, nella simpatia ma soprattutto profondo conoscitore della materia. Il relatore mi ha introdotto da assoluto profano a un mondo molto affascinante fatto di storia, tradizioni , passione, aneddoti, riti…attraverso una serie di spunti a ruota libera ho compreso un po’ di piu’ cosa c’e’ dietro un sigaro un prodotto di eccellenza italiana dal 1818 realizzato con oltre 70 passaggi spesso manuali. Tra le tante nozioni e curiosità proposte cito le differenze salienti tra i nostri toscani e le produzioni cubane. Il tabacco di varieta’ “kentucky” fermentato e poi essiccato a legno in primis, la costruzione fatta con due sole parti: la fascia e il ripieno e infine la stagionatura fatta in ambienti a umidita’ controllata per periodi da 4 mesi a piu’ di un anno.
Tutte queste caratteristiche rendono il toscano unico nell’aroma, un sigaro a detta dei fumatori deciso, intenso e potente.
La discussione poi ha introdotto molte altre preziose notizie sulla storia del sigaro, sul modo di fumarlo, conservarlo e riconoscerlo…il tutto condito da aneddoti divertenti.
Non da meno il rappresentate dell’azienda genovese Velier importatrice e distributrice di numerose chicche enologiche. Intervallando sigari e distillati il relatore ci ha guidato prima nel mondo dei Rum evidenziando come spesso alcun prodotti molto pubblicizzati e di gran moda non rispettino disciplinari di qualità rigorosi come per le produzioni di Whisky o Brandy francesi. Il discorso e’ andato poi avanti analizzando le differenze tra i prodotti di matrice spagnola la cui caratterizzazione e’ fortemente legata alla“mezcla”, miscela di caramello e spezie segretissima analoga ala liqueur de spedision, e francese in particolare quelli di tipo “agricolo” regolamentati da disciplinari rigorosi.
Il prodotto in degustazione era di qualità assoluta e certificata , prodotto dalla azienda nicaraguense Flor de Cana una delle piu’ grandi case produttrici (150.000 botti di stock) fondata nientedimeno da un genovese agli inizi el secolo. Il prodotto in degustazione era un rum millsimato del 1991 con quindi 18 anni di invecchiamento. Di uno stupendo colore ambrato, morbido, suadente, con note caramellate, di zucchero filato , vaniglia reso ancora piu’ dolce dalla fumata del sigaro. Molto facile da bere e nella mia poca conoscenza del fumo perfetto in abbinamento.
A domanda esplicita l’abbinamento tra Rum e Sigari e’ motivato principalmente dalla territorialità: tabacco e canna da zucchero crescono fianco a fianco, naturale e’ quindi lo sposalizio tra i due loro derivati..sigari e rum
Tra una tirata e un’altra , tra un aneddoto e un altro siamo passati al mondo del whisky, rigoroso, austero di tradizione secolare. Il whisky proposto un single malt della Higland Park con sempre 18 anni invecchiamento. Un whisky particolare delle isole Orcadi…con caratteristiche ibride tra i torbati/iodati dell’isola di Islay e i whisky morbidi e puliti delle Highlands. Un colore pale per un whisky aromatico, equilibrato, delicato, morbido, gentile..un po’ piu’ secco del rum nell’abbinameto con il sigaro riusciva a pulire completamente la bocca e annullare il fumo..piacevole il finale di agrume e canditi.
In generale l’abbinamento con i whisky puo’ essere fatto per “concordanza” riprendendo le note affumicate impartite dalla torba.
Terzo distillato una grappa nostrana prodotto da Luigi Barile che, come ci ha ben illustrato il relatore, ha fatto della produzione di distillati di eccellenza una filosofia di vita.
Tecnicamente una grappa e quindi distillata da vinacce ma affinata per ben 18 anni. Personalmente preferisco le grappe giovani dove e’ immediato il riconoscimento delle caratteristiche aromatiche e varietali della nobile materia prima di partenza…in quelle affinate, perlomeno per un cosi’ lungo periodo, prevale invece l’impronta dei legni. In bocca infatti piu’ che una grappa avevamo un brandy , molto legno, molte note evolute di terziari in particolare la liquirizia, un alcol piu’ pungente dei precedenti. In abbinamento il fumo accentuava una leggera sensazione di acidita’ e di amaro.
Arrivati all’ultimo terzo di sigaro abbiamo chiuso con uno Sherry PX “murillo” selezione prodotto dalla bodega Lustau, una grande azienda per un grande prodotto. Un colore bruno, denso quasi oleoso nel bicchiere preludio di una grande morbidezza. Dolce, molto dolce ma mai stucchevole, evoluto con frutta secca (fichi, datteri, uva passa) in grande evidenza e poi note caramellate, balsamiche, tostate.. lunghissima persistenza. L’abbinamento con il sigaro molto particolare, intensita’ e persistenza dello sherry riuscivano a reggere il fumo se non a superarlo.
Degustando un pregevole dessert al cioccolato la discussione ha affrontato temi vari e altri possibili abbinamenti del sigaro a partire dalla birra (!!) ai vini chinati o agli amari. I principi sempre gli stessi o contrapposizione (caldo vs freddo o dolce,morbido vs sapido amaro) o di concordanza (tostato, affumicato).
Una serata diversa molto goduriosa per i sensi e molto didattica…non so se mi convertiro’ al fumo ma sicuramente qualche altro esperimento penso di farlo !
Ci siamo ! finalmente siamo riusciti a organizzare un confronto-sfida tra due mondi, due filosofie, due culture del bere di qualita’…birra vs vino , un format gia’ collaudato da illustri sommelier italiani e esteri che prevede una cena degustazione in cui metteremo a confronto l’eleganza del vino con la versatilita’ della birra in un simpatico incontro-scontro dal gusto unico.
L’arena della sfida e’ la Trattoria S. Martin a Settimo Rottaro, la data fissata quelle del 17 Giugno. Il menu , le birre e vini a confronto li trovate nella locandina allegata. Per prenotazioni (posti limtati) telefonate al 0125.720110
Qualche nota di contesto sull’idea di questa sfida che e’ un po’ che mi frullava nella testa. In questi ultimi anni spesi a conoscere e divulgare il mondo della birra spesso a persone anche molto competenti di vino mi sono reso conto di quanti pregiudizi, quanti luoghi comuni e quanta poca cultura ci sia legata alla tema birra.Spesso i due mondi vengono visti in modo antitetico dominati dall’opinione comune del vino sia una bevanda “nobile” (la bevanda degli dei) , a cui carta stampata e media dedica molta enfasi, in cui ritualita’ , mito , moda sono esasperati e che la birra sia una bevanda “povera” (la bevanda dei barbari) dissetante,simpatica, da sagra di paese (o oktoberfest..) o da motard ma inadatta alla degustazione e all’abbinamento di alto livello con il cibo.
Ho sperimentato questa contrapposizione derivante dalla poca cultura del mondo birra sulla mia pelle approcciando il mio esame da relatore AIS. Da appassionato di birra mi sono presentao all’esame sostenedo con elementi oggettivi una tesi: “birra e vino hanno pari dignita’ “…la mia tesi non e’ mai stata esposta e il mio esame e finito molto rapidamente Jma da sommelier un po’ “eretico” non mi sono demoralizzato e ho continuato a portare avanti questa tesi con notevoli riscontri, suscitando interesse e curiosita’ anche tra i piu’ scettici. Serate, eventi, degustazioni sul tema “birra” si moltiplicano…la cultura si diffonde, i pregiudizi muoiono.
L’idea del confronto diretto e’ stata poi stimolata dalla lettura di un libro “Birra vs Vino” di Charles Bamforth di recente pubblicazione…nulla di sconvolgente o illuminante ma una sistematica analisi e comparazione dei due mondi sotto molteplici aspetti…storico,produttivo, abitudini di consumo, valore alimentare e caratteristiche organolettiche etc..
Questo simpatico gioco-sfida-confronto tra gli amici MySobry e gli altri eno-appssionati dura da un po’ di tempo da qui quindi l’idea di provare a sintetizzarlo in un evento dedicato…dove ci sia spazio per tutte e due le culture e si usino le corrette informazione e i sensi piu’ che i pregiudizi per formulare un parere.
La serata non ha la pretesa di essere un qualcosa di rigoroso e scientifico o di convertire qualcuno ma e’ solo un modo per incuriosire, divertire, approfondire la cultura di questi mondi…che possono imparare molto l’uno dall’altro…in fondo stiamo parlando di birra e vino non di religione !
Ritorno sul tema della autocostruzione della attrezzatura per Homebrewing illustrandovi un progetto su cui ho lavorato per un certo tempo e che mi sta dando soddisfazione per i risultati ottenuti: la costruzione di un fermentatore tronco conico da 30L con controllo della temperatura.
E’ noto che il controllo della temperatura nelle varie fasi del processo di fermentazione e’ una degli aspetti piu’ importanti per l’ottenimento di un prodotto finale di qualita’ e che rispetti le caratteristiche che ci si e’ prefissati in fase di definizione della ricetta ed e’ sicuramente uno degli aspetti che differenzia una produzione casalinga da una professionale.
Per molto tempo mi sono affidato a madre natura per fermentare le mie produzioni fasandomi con la temperatura della mia cantina… banalmente prediligendo le birre a bassa fermentazione in inverno e le alte in primavera autunno. In estate la temperatura di cantina e’ troppo elevata anche per una alta fermentazione. Mi sono quindi messo in testa di poter controllare la temperatura di fermentazione sicuramente per produrre qualsiasi tipo di birra in qualsiasi stagione ma anche per poter far lavorare il lievito in condizioni particolari ad esempio in una alta fermentazione controllare la generazione di esteri fruttati o in una bassa riuscire magari a fare variare la temperatura per riassorbire il diacetiele.
La possibilità poi di ridurre al minimo la temperatura a fine fermentazione secondaria e’ inoltre un grande vantaggio per stabilizzare, maturare eillimpidire la birra.
Disponevo gia’ di un fermentatore tronco conico in INOX di capacita’ 30L, il problema era quello di raffreddarlo e termostatarlo. Ho scartato per motivi vari (essenzialmente spazio) la soluzione tipo frigo ovvero inserire banalmente il contenitore in un frigo cosi’ come quella di raffreddare il contenitore con una camicia esterna di liquido refrigerante (tipo i fermentatori professionali) in quanto le piccole dimensioni non consentivano di calandrare l’acciaio e realizzare la camicia.
Ho invece optato per una soluzione con serpentino INOX immerso nel mosto, in pratica lo stesso principio del worth chiller con cui si raffredda il mosto caldo prima dell’inoculo dei lieviti.
Il serpentino immerso nel mosto/birra e’ attraversato da un flusso di H20 refrigerata e un sensore di temperatura inserito all’interno del cono consente di pilotare l’unita’ refrigerante.
Per raffreddare l’H20 ho pensato a varie soluzioni ma poi mi sono orientato verso uno scambiatore a celle di Peltier.
Una unita’ refrigerante quindi “allo stato solido” senza compressore o parti in movimento che sfrutta il potere refrigerante delle ormai famose celle di peltier impiegate in molte applicazioni. Tali celle si presentano come un piccolo biscotto (ce ne sono di varia forma e potenza) e se opportunamente alimentate creando un gradiente di temperatura tra le due facce di otre 40 gradi…ovvero se la faccia calda e’ mantenuta a 0 gradi quella fredda sara’ a -40.
Nel mio firgo allo stato solido (surplus recuperato su ebay) le celle dal lato “caldo” sono montate su un dissipatore di alluminio con ventole , da quello freddo su una piastra di lega con due canali interni per fare scorrere il fluido da raffreddare
Il blocco frigo a celle di Peltier e’ alimentato da un potente alimentatore di tipo switching da 24V 12A. Il tutto e’ controllato da un termoregolatore digitale di tipo PID che rileva la temperatura mediante la sonda PT100 inserita nel fermentatore e pilota (on/off) il gruppo frigo.
Ultimo elemento la pompa di circolazione dell’ H20, per questo ho usato una pompa da acquario (esterna) che garantisce un buon flusso di acqua e un funzionamento continuativo e silenzioso.
Una nota riguardo al serpentino: sconsiglio di utilizzare soluzioni in rame che, se pur piu’ economiche e efficienti come scambio termico, hanno problemi in termini di pulizia finale e interazione con il mosto/birra (il rame rimarrebbe a bagno per giorni/settimane..) Ho quindi optato per un serpentino in acciaio INOX di quelli guarda caso usati nei banchi di spinatura delle birra (in quel caso e’ la birra a scorrere nel serpentino immerso in h20 gelat). Vista la difficoltà a piegare un tubo INOX di 10mm di diametro ho acquistato l’oggetto gia’ fatto da un distributore su Ebay in Germania che dispone di serpentini di vario diametro e numero di spire a costo ragionevole.
Costruttivamente il lavoro non e’ stato molto complesso. Il serpentino si inseriva di misura nella parte cilindrica del mio tronco conico che ho provveduto a forare nella parte alta per inserire due passaparete in ottone con relativa guarnizione isolante in modo da avere all’esterno del fermentatore l’attacco per la mandata e il ritorno del acqua gelida. Il fermentatore rimane quindi chiuso con il suo gorgogliatore e i due attacchi per l’acqua gelida. Nella parte conica ho inserito la sonda PT100 fissata con dado e controdado da 8mmPer il circuito idraulico ho usato normali tubi di plastica alimentare da 10mm il tutto stretto con fascette per evitare sgocciolamenti.
Le connessioni elettriche sono abbastanza semplici: la sonda entra nel termoregolatore che tramite il rele interno pilota alimentatore del gruppo frigo e la pompa. Ogni volta che la temperatura sale oltre il set point il gruppo frigo parte inizia a raffreddare e la pompa fa circolare l’acqua raffreddata nel circuito. Il tutto risulta abbastanza silenzioso e compatto. Appena avro’ tempo realizzerò un contenitore per racchiudere la parte elettrica e per il gruppo firgo.
Veniamo ai risultati e al collaudo. Il primo punto su cui ho avuto qualche difficoltà e’ fare circolare il liquido nel circuito chiuso in maniera regolare. Il circuito va riempito senza lasciare bolle d’aria, impresa che richiede gia’ un po’ di tempo e cura, dopodiché probabilmente per la contrazione del liquido a freddo o qualche piccolo sfiato mi sono accorto che nel tempo si forma qualche bolla d’aria che rende difficoltoso il lavoro della pompa (non autoaddescante). Da studiare eventualmente un circuito aperto con vaschetta di recupero per ovviare al problema.
Un altro punto di attenzione e’ la coibentazione del tutto…in prima battuta non ho coibentato il fermentatore o i tubi…in questa configurazione riesco tuttavia a mantenere a 9-10 gradi la massa liquida di 30L senza uno stress eccessivo del gruppo frigo (temperatura esterna non superiore ai 20 gradi). Per andare oltre sicuramente occorre da un lato coibentare con cura il tutto dall’altro magari usare una miscela di glicole a acqua per evitare che ghiacci nei canali dello scambiatore.
Anche se quindi il tutto e’ stato realizzato in maniera un po’ sperimentale e empirica il risultato finale e’ OK…la temperatura nei range tipici di una birra anche a bassa fermentazione rimane stabile, il tutto e’ di facile gestione, rapidamente scollegabile e pulibile. Si puo’ migliorare qualche aspetto sopra descritto ma l’esperimento e’ riuscito…utilizzato per ora su una pils, una weizen e una apa.
Con un po’ di ingegno e sbattimento ho anche io il mio piccolo tronco conico termostatato con gruppo frigo allo stato solido e con una spesa dell’ordine dei 150-180E (fermentatore escluso) …sono molto fiero del tutto !
Se volete qualche dettaglio in piu’ non esitate ovviamente a contattarmi…il giocattolo non e’ soggetto a brevetto
Nata dall’idea di Agostino Arioli del Birrificio Italianoe dalla sua particolare predilezione per gli stili di birra “tedeschI” e’ giunto ormai alla quarta edizione il Pils Pride svoltosi a Lurago Marinone sabato 8 e domenica 9 giugno.
Una sorta di raduno a tema …le birre “pilsner”… con una nutrita batteria di spine di produttori italiani ed esteri…il tutto condito con musica, buona cucina , degustazioni, seminari a tema, e la consueta allegria e convivialita’ che accompagna questi eventi. Una formula azzeccata che ha attirato appassionati della buona birra come il sottoscritto.
Sabato mattina si e’ svolta una sessione di degustazione alla cieca delle 13 Pils a cui ho partecipato con Fabrizia. Lo scopo era mettere a confronto tutte le birre nello stesso stile e comprenderne e apprezzarne a fondo similitudini e differenze. In aggiunta e’ stato anche abbinato un concorso a premi…terminata infatti la degustazione ciascuno era infatti libero di degustare le 13 birre dalle spine e cercare di dare un nome alle birre degustate alla mattina in maniera anonima.
La degustazione e’ stata davvero istruttiva… messe tutte in fila le varie Pils hanno rivelato il loro caratteri distintivi. In generale tutte ottime birre, solo un paio forse non perfettamente in stile e un paio di campioni con qualche lieve difetto (diacetile, solforosa) che le rendeva non perfette in particolare al naso…ma si sa, lo stile pilsner nella sua semplicità e’ estremamente difficile da realizzare, tutto giocato su delicatissimi equilibri e basta poco a per produrre risultati non perfetti.
Dopo aver degustato 13 + 13 birre e’ difficile di ciascuna dare una descrizione puntuale, mi limito a dividerle in due categorie…quelle sbilanciate o meglio che avevano sicuramente per scelta non per difetto una nota spiccata nelle durezze date dal luppolo o nelle morbidezze date dai malti e quelle equilibrate dove le due componenti sono state miscelate in maniera sapiente.
Tra le birre “dure” a mio personale giudizio ricordo: Extra Hop, Magutt, Jever Pils, Grigna
Tra le bire “morbide” : ShoenRammer Keller, Sausa Pils, Radeberger Pils, Levante
Quelle piu’ bilanciate: Tipopils, Zwickel Pils, Via Emilia, Omnia
Nella degustazione alla cieca se avessi dovuto eleggere la mia preferita avrei scelto la Zwickel Pils…ma al successivo assaggio pomeridiano devo dire che ho fatto il pieno di Tipopils e Omnia.
Il gioco di abbinamento e’ stato davvero difficile, complicato dal fatto a mio parere di prelevare un campione alla volta e doverlo classificare secondo le note prese la mattina…strada facendo spesso mi sono reso conto che un abbinamento fatto in precedenza magari non era congruente…ma andare a modificare quello avrebbe scardinato tutta la sequenza senza possibilità di ri-assaggiare.…morale mi sono perso per strada andando avanti con un abbinamento “one shot” fino alla fine e assegnando gli ultimi campioni praticamente per esclusione. Risultato finale 6 campioni individuato tra me e Fabrizia…La missione non era impossibile a testimonianza di cio’ il migliore ha ottenuto uno strepitoso 11..in pratica ha inverito due soli compaiono…complimenti!
In conclusione giornata didattica, istruttiva ma come sempre piacevole nell’atmosfera del Birrificio Italiano. Posso dire di aver compreso lo stile e anche se ho fatto il pieno di luppolo per un bel po’ di tempo…tornato a casa ho stappato una bottiglia di una Pilsner di produzione invernale con l’amico Michele…la prima realizzata con completo controllo della temperatura di fermentazione…Devo dire, consapevole dei limiti della tecnica homebreiwng per le pils, che sono rimasto completamente soddisfatto del risultato.
Alla prossima dose di luppolo e vi lascio alle foto dell’evento e un simpatico inno alla Pils cantato dal gruppo ingaggiato per la musica live
L’abbinamento del cioccolato con distillati , vino tradizionali o liquorosi e’ sicuramente un tema molto attuale e dibattuto e ed e’ facile trovare riferimenti e eventi, degustazioni ad hoc ed ho scritto piu’ volte sul tema
L’abbinamento con la birra e’ sicuramente meno noto ai piu’ ma proprio per l’estrema versatilita’ della birra con i suoi mille stili e’ qualcosa di assolutamente ragionevole e proponibile come e’ stato dimostrato ieri sera presso Donna Sommelier di Torino dove il beershop Stato Liquido in collaborazione con l’atelier del cioccolato di Guido Castagna hanno organizzato una serata specifica a tema birra & cioccolato
La serata e’ iniziata scoprendo la maestria del’artigiano del cioccolato Giudo Castagna che nel suo laboratorio di Giaveno produce o meglio crea cioccolato di altissima qualita’ partendo direttamente dalle fave di cacao opportunamente selezionate nei migliori Cru del mondo. Guido ci ha illustrato in estrema sintesi ma con grande chiarezza il processo che porta dalla pianta di cacao al prodotto finito evidenziando quali sono i fattori che condizionano la qualità e che differenziano un prodotto industriale da uno artigianale. La lavorazione del cioccolato cosi’ spiegata e’ davvero affascinante..un arte sapiente come quella di fare un vino o una birra, dove si va dalla selezione delle materie prime in primis, a un sapiente blending degli ingredienti , a una complesso processo produttivo e non ultimo anche a un “affinamento” o meglio maturazione nel tempo cosa che mi ha colpito molto. L’interesse suscitato e’ stato molto e sicuramente andro’ a visitare il laboratorio per approfondire.
I cioccolati in degustazione erano un cremino al caffe’ tipico cioccolatino della tradizione piemontese, un gianduiotto con una preparazione particolare fuori dagli standard sia per una iperaffinazione della pasta (20 micron) che per una percentuale preponderante di nocciola IGP (40%) rispetto allo zucchero e infine un croccantino “sperimentale” con nocciole, succhero di canna e due cacao provenienti da Venezuela e Equador.
Per ciascun cioccolatino Walter Loiacono e Fabrizio Sillano di Stato Liquido si sono alternati descrivendo le birre in degustazione e motivando la scelta di abbinamento
Sul Cremino e’ stata proposta la birra di Pausa Caffe’, la Chicca, ispirata allo stile Sotut con un doppio valore “sociale” sia per essere stata realizzata con la collaborazione dei detenuti del carcere di Saluzzo sia per avere tra i suoi ingredienti chicchi di caffe’ della varieta Huehuetenango e presidio slow food.
Qualche personale nota degustativa e di abbinamento…la birra si presentava con un colore mogano, nocciola con una schiuma da cappuccino al primo impatto olfattivo spiccavano sicuramente le note di caffe, meglio nescaffe’, ovomaltina e tostate ma sul fondo qualcosa di poco fine e chiuso attenuatosi poi nel tempo. In bocca ancora caffe’ e tostato , corpo e alcol un po’ deboli e a mio avviso una acidita’, se pur tipica dei malti torrefatti, un po’ anomala. Anche l’abbinamento non era perfetto per la mancanza di alcol e struttura adeguata a supportare la grassezza e l’aromaticità’ del cremino.
La seconda birra un must della tradizione belga e Trappista, la Rochefort 10. Walter ha ben spiegato il concetto di birra trappista e se vi capita di passare per il Belgio la visita alla abbazia di Rochefort nelle Ardenne merita sicuramente (anche se non vedrete nulla del processo produttivo).
Birra davvero complessa gia’ al naso con note dolci di caramello, di frutta candita (albicocca) , balsamiche ed eteree, speziate (liquirizia). In bocca grande impatto pseudocalorico dell’alcol , grande morbidezza ed equilibrio, dolce ma non stucchevole con un finale secco e asciutto. Abbinamento con il gianduiotto direi buono, alcol e struttura adeguata per il livello di grassezza del cioccolato, sul fronte della persistenza forse leggermente preponderante la birra…potrebbe reggere anche una maggior quantità di cacao.
Infine la Papessa…una vera anteprima del neonato birrificio LoverBeer sulla collina torinese. L’ottimo Valter Loverier produttore e factotum dell’azienda ha illustrato molto bene la sua storia , le sue scelte e la sua filosofia produttiva (guadagnandosi l’appellativo di filosofo della birra) improntata a un grandissimo rigore e rispetto della tradizione affiancata a profonda conoscenza del processo e ottimizzazione tecnologica. Interessante anche l’idea di valorizzare la cultura enologica piemontese e di ibridare e contaminare (ma senza estremizzare) alcune delle sue produzioni con spunti enlogici.
Ma veniamo alla birra…in stile Russian Imperial Stout… una birra che ho trovato molto particolare diversa da stout piu’ estreme con una strana ma piacevole dissonanza tra naso e bocca. Colore scuro impenetrabile schiuma molto fine. Al naso sicuramente note tostate, caffetose e di orzo ma anche qualche nota dolce nella frutta (prugna secca) e di vaniglia / zucchero filato. In bocca invece secca, austera, asciutta molto equilibrata con poco amaro da luppolo e un finale balsamico, speziato quasi piccante. Piacevole la carbanoazione molto fine intrigante
Ho provato ad abbinarla con tutte e 3 le preparazione, davvero perfetta con il cremino un po’ meno con gianduiotto (poco alcol) e di nuovo buono con il croccantino.
L’esperimento quindi di abbinamento e’ direi riuscitio (ma non ne avevo dubbi) e i partecipanti hanno apprezzato il fatto che nel mondo delle birre non ci sono solo le bionde da pizzeria ma esistono prodotti di qualita’ ..anche italiani… che possono essere impiegati anche con la piu’ pregiata cioccolateria.
Grazie alla organizzazione e al prossimo esperimento
Nato 3 anni fa per gioco e per divertimento il corso di homebrewing ovvero come fare la birra in casa e’ arrivato alla 3° edizione e questa volta in collaborazione ufficiale con MoBiovvero il movimento birrario italiano di cui sono socio e sostenitore. Appuntamento per tutti gli homebrewer Sabato 12 giungo
La formula in linea di massima e’ invariata…ritrovo alle 10 nella splendida cornice dell’Agriturismo Cascina Gaio di Piverone che ci ha ospitati gli scorsi anni. Un po’ di teoria introduttiva e poi subito con le mani “in pasta” per una cotta all grain alternando spiegazioni teoriche e pratica. Pausa pranzo all’insegna ovviamente della buona birra e delle specialita’ dell’agriturismo realizzate con i prodotti bio della azienda agricola. Pomeriggio completamento della cotta, collusioni finali e consegna dei diplomi di partecipazione firmati MoBi
Oltre al corso e al pranzo la quota da versare a MoBi comprende la quota associativa (20E) per un anno alla associazione e che da diritto a sconti per il materiale homebrewing e locali convenzionati e il libro “la tua birra fatta in casa” (15,9 E) diventato un best seller tra gli hombrewer ( con un mio piccolo contributo )
…due motivi in piu’ per partecipare !
Insomma ci sono tutti gli ingredienti per una bella giornata sicuramente istruttiva e didattica ma anche divertente e con buona cucina
PS se qualche homebrewer ha proprie produzioni che vuole condividere con gli altri faremo anche una sessione di degustazione collettiva !
Vi aspettiamo numerosi …per iscrizioni online sul sito MoBi o via mail a corsihb@movimentobirra.it